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Coronavirus, Cucci controcorrente: ‘Calcio per aria ma stavolta non per colpe proprie’

Nostra intervista al direttore di Italpress in pieno caos-ripartenza. ‘Contraddizioni dal Governo che deve decidere. Se ripartono le fabbriche non si capisce perché a preoccupare siano solo i contagi dei calciatori. E se le tv non pagano saranno guai’

L’emergenza Coronavirus ha colpito anche il Calcio, con le competizioni nazionali e internazionali ferme e un futuro ancora oscuro. Alla luce di quanto accaduto il calcio si doveva fermare prima?

Ne abbiamo parlato con Italo Cucci, giornalista sportivo tra i più conosciuti e direttore editoriale di Italpress.

“Il problema non è il Calcio, noi che ci occupiamo di Sport lo abbiamo detto sin dal primo giorno, apparteniamo ad uno Stato e abbiamo un Governo che deve prendere delle decisioni, soprattutto in un’emergenza di questo genere. Abbiamo avuto un ministro che ha fatto fermare un partita, poi ricominciare. Dopo di che si è giocato a Valencia e poi a Milano. Prima partite a porte aperte, poi chiuse, ma permettendo le trasferte. Ci siamo resi conti di trovarci in una situazione di massima indecisione governativa. Non è per responsabilità delle istituzioni calcistica che si è arrivati fino ad un certo punto. Molti anni fa, forse, quando il calcio era talmente autonomo che si poteva dire che l’Italia è una Repubblica fondata sul pallone, avrebbe potuto accadere. Adesso non è più così, con il Coni che discute con la Federazione, la Federazione con la Lega e poi alla fine il Governo che ancora oggi non fornisce chiarezza: il presidente del Consiglio dice si può ricominciare e il ministro si sovrappone dicendo ‘no, non si può ricominciare’. L’idea caotica non deriva dal calcio, che cerca di fare il possibile di fronte a diverse contraddizioni tra chi vuole ricominciare e chi vuole negare. Non è una questione dei calciofili, ma di un Paese che non sa ancora cosa succederà: 4, 12, 24 maggio? È tutto per aria”.

E adesso cosa pensa che succederà tra campionati nazionali, Champions, coppe europee?

“Già un mese fa ho avuto modo di precisare che è fondamentale far finire, secondo tutte le regole, il campionato. Che potrebbe finire anche a settembre o ottobre. Partiamo dal concetto che abbiamo stabilito di giocare un Campionato del mondo in inverno anziché in estate, sarà un precedente importante? Penso di sì. Allo stesso modo è importante prendere una decisione, stabilire un precedente e far finire un campionato con tutto quello che riguarda l’assegnazione dello scudetto, dei posti nelle coppe, promozioni, retrocessioni. Solo dopo ciò si può pensare ad iniziare il successivo. Si può ricominciare anche a novembre, non cambia niente. E invece stanno lì, facendo far la figura, a quelli che amano il calcio, di coloro ai quali non interessa la salute e vogliono giocare a tutti i costi. Non è e non può essere così”.

Pensa che ci siano i tempi per farlo?

“Siamo alla fine di aprile, abbiamo due mesi a disposizione: un mese abbondante per organizzare tutto e un altro mese, mese e mezzo per finire le partite. Dopo di che è già annunciato che in agosto si fanno le coppe e a settembre si può ricominciare il nuovo campionato. Non tanti anni fa Calcio e Scuola iniziavano insieme ad ottobre. E voglio dire che mi piacerebbe sentire che una discussione così accesa, come per il Calcio, si facesse anche per la Scuola. Una preoccupazione che mi sembra molto più grave rispetto a quella sull’inizio del campionato”.

All’inizio dell’emergenza Mazzola aveva lanciato la proposta ai calciatori di devolvere un 5% per aiutare la sanità nell’emergenza, adesso sono le società  che chiedono ai calciatori di tagliare gli stipendi. Il sistema Calcio è a rischio di saltare? La tv avrà ancora un ruolo predominante?

“Il punto da ribadire è che anche per il Calcio, ormai, si parla di azienda, e l’azienda Calcio è importante in Italia. Se non si ricomincia a giocare le tv a pagamento, che finanziano il Calcio, non pagano, non potendo trasmettere il campionato non si vede perché dovrebbero pagare le ulteriori rate alle società. Usciamo dal terreno dei sentimenti: così come riaprono le fabbriche, dovrebbe riaprire il Calcio. Non si capisce perché ci si preoccupa del possibile contagio del calciatore e non dell’operaio o dell’impiegato o del dirigente che vanno al lavoro. Valgono di meno? Non credo: se riaprono le aziende, riapre anche il Calcio. Un concetto così elementare che, capisco, non possa entrare nelle menti supreme che ci governano”.

Pierfrancesco Quaglietti

 

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